L’ultima difesa di Julian Assange

Ripreso a Londra il processo per l’estradizione negli usa del fondatore di Wikileaks

Londra – È ripresa in tribunale la battaglia di Julian Assange contro l’estradizione negli Stati Uniti. Il cofondatore di Wikileaks è comparso ieri di fronte alla corte londinese di Old Bailey, alla ripresa del processo che deciderà la sua sorte. Nel peggiore dei casi una condanna fino a 175 anni di prigione negli States.

Iniziato a febbraio con le udienze preliminari, e interrotto a causa dalla pandemia di coronavirus, il procedimento dovrà stabilire – con un verdetto di primo grado, appellabile, atteso fra quattro settimane – se Assange dovrà essere consegnato al grande alleato americano, come lascia prevedere l’atteggiamento mostrato finora dalla giustizia e dai governi del Regno.

Come ci si aspettava, in apertura dell’udienza, l’imputato ha dichiarato di “non acconsentire” all’estradizione. Mentre il suo avvocato ha lamentato di non aver potuto incontrare Assange negli ultimi sei mesi, denunciando inoltre che l’ultimo capo d’accusa è stato formalizzato a udienza iniziata. Una richiesta di rinvio del processo è tuttavia stata respinta dalla giudice Vanessa Baraitser.

L’attivista australiano, braccato da anni da Washington, è chiamato in causa negli Usa su 18 capi d’imputazione (17 dei quali per spionaggio) per aver diffuso dal 2010, attraverso WikiLeaks e diverse testate internazionali, migliaia e migliaia di documenti riservati militari e diplomatici denunciando – tra le altre cose – crimini di guerra attribuiti ai militari statunitensi in Iraq e Afghanistan.

Un nervo scoperto, questo, della politica statunitense, che ha legiferato per mettere al sicuro i propri militari da procedimenti nei loro confronti promossi dalla Corte penale internazionale. Mentre l’amministrazione Trump si è spinta ad autorizzare sanzioni individuali nei confronti di funzionari della Corte direttamente “coinvolti in qualsiasi sforzo per indagare o processare personale americano senza il consenso degli Usa”. Consenso che mai ci sarà, naturalmente.

In caso di estradizione e di una condanna negli Stati Uniti, Assange, 49 anni, rischierebbe la pena pesantissima ricordata sopra, poiché le autorità Usa gli contestano la violazione dell’Espionage Act, usato per la prima volta contro la diffusione mediatica di documenti segreti.

Il precedente di Snowden

Tra i testimoni citati dalla difesa, il professor Mark Feldstein, docente di giornalismo dell’università del Maryland, ha sottolineato che l’uso di materiale riservato sui media è una costante nei Paesi democratici. Ma non è detto che valga nel caso di Assange. Né sarà interpretata a sua favore la recente sentenza di una Corte d’appello statunitense secondo la quale e la sorveglianza di massa operata dalla National Security Agency era illegale, riabilitando in tal modo Edward Snowden che ne denunciò l’esistenza e per questo fu accusato di spionaggio e costretto a riparare in Russia.

Decine di sostenitori si sono riuniti ieri dinanzi a Old Bailey per protestare contro il supposto zelo filoamericano della magistratura britannica e scandire slogan per il no all’estradizione. Dopo i sette anni di auto-reclusione da rifugiato nell’ambasciata londinese dell’Ecuador e dopo essere stato scaricato da Quito, Assange è recluso da aprile nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, pur avendo frattanto scontato tutte le pendenze con la giustizia britannica.

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