Tutti hanno un vaccino, tranne l’Ue: deficit incredibile


Londra ha ottenuto l’obiettivo a cui puntava, l’immunità di gregge nel 2021. Mentre l’Europa non ce la farà. Il meccanismo di controllo dell’export non funzionerà: perché l’Ue, non avendo un proprio vaccino, non può tirare troppo la corda. Ma anche perché alcune componenti degli altri vaccini approvati in Europa sono prodotti in Gran Bretagna. “Supply chain” così frammentate e geograficamente disperse, a volte a cavallo di mezza dozzina di paesi, non si prestano a guerre commerciali da cui perderebbero tutti. Dunque, ha vinto Londra. Gli inglesi si sono semplicemente dimostrati più bravi dell’Europa a sfruttare il libero mercato a beneficio dei loro interessi. Questa è da secoli, d’altronde, una loro prerogativa politica. Non li sfiderei sul loro terreno. L’Unione Europea? Ha sbagliato a non cercare di produrre un proprio vaccino. Che i singoli paesi europei da soli possano non essere capaci, lo capisco. Ma che l’India, la Cina, la Russia o persino Cuba abbiano un proprio vaccino e l’Ue no, è davvero paradossale. Credo che sia una dimostrazione dell’alto livello di disfunzionalità del sistema europeo.

Io penso che la partita per il 2021 sia sostanzialmente perduta. Bisogna puntare a limitare i danni. Avere la grande maggioranza dei vaccini non nel primo o secondo semestre dell’anno, dove possono coprirti nelle fasi forti del virus, ma nel terzo o nel quarto non mi pare affatto la stessa cosa. Sia perché arrivano quando la forza del vaccino si riduce stagionalmente e vi sono dubbi su quanti sono i mesi di copertura effettiva dei vaccini; sia perché più avanza la stagione e più aumenta il rischio delle mutazioni. Nessuno ci può dire se i vaccini concepiti per l’inverno 2021 saranno ugualmente validi per il 2022, e in che percentuale. Usa, Uk e Israele hanno fatto la corsa per accaparrarsi i vaccini nei primissimi mesi dell’anno. L’Europa questa corsa contro il tempo, che era poi una corsa contro altri Stati, l’ha perduta. Che cosa insegna il caso AstraZeneca per quanto attiene le relazioni tra Ue e Regno Unito? Che la Brexit è una cosa seria. E che il processo decisionale europeo è estremamente disfunzionale, con costi di coordinamento troppo elevati, sopratutto in termini di tempo.

È possibile una difesa dell’interesse prettamente europeo? In teoria sì. Ma tale interesse è schiacciato tra gli interessi nazionali degli Stati e gli interessi dei grandi gruppi economici, che spesso condizionano gli organi più tecnocratici dell’Unione. In questa situazione che cosa deve fare Draghi? In primo luogo non sprecare neanche una fiala dei vaccini che abbiamo e che otterremo a breve, bilanciandoli bene tra gruppi vulnerabili e settori produttivi strategici che non possono essere fermati. Poi, attivare i poteri speciali del commissario straordinario Figliuolo anche oltre gli aspetti logistici e preparare un “contingency plan” industriale che aumenti l’autosufficienza produttiva per il 2022, nel caso in cui l’Europa non riuscisse a uscire dal caos organizzativo. Infine, Draghi deve vigilare che non vi siano veti geopolitici ingiustificati verso vaccini prodotti da altri paesi. Vuol dire che, se non possiamo essere autarchici, l’altra alternativa è quella di mettere i fornitori in concorrenza tra di loro. Con le dovute differenze, sotto questo aspetto è una partita strategica non dissimile da quella della sicurezza energetica.

(Paolo Quercia, dichiarazioni rilasciate a Federico Ferraù nell’intervista “Europa sconfitta, Draghi può ancora salvare il 2021 dell’Italia”, pubblicata sul “Sussidiario” il 25 marzo 2021. Il professor Quercia è docente di studi strategici all’università di Perugia).

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